AUTOEFFICACIA E SEL-HANDICAPPING
Marco Tullio Cau
Siamo sinceri, chiunque di noi affronta un qualsivoglia impegno più volentieri, se sa di poterlo assolvere con un ragionevole sforzo!
La fiducia che una persona ripone nella propria capacità di ben riuscire in un compito specifico ha un nome: autoefficacia (“Self-efficacy”. Bandura,1977;1986) e tra le caratteristiche che contraddistinguono questo costrutto il concetto di soggettività è, a mio parere, degno di particolare attenzione.
Nello specifico ci riferiamo al fatto che la valutazione effettuata da un soggetto sulle proprie potenzialità può essere maggiormente influenzata dal vissuto interiore che dai risultati obiettivi.
Un individuo, un atleta ad esempio, può essere potenzialmente in grado di ottenere oggettivamente un determinato risultato ma, in realtà, ritiene di non possederne le capacità soggettive.
Una persona così, con tutta probabilità, veramente non sarà in grado di raggiungere l’obiettivo e mostrerà, appunto, un basso livello di self-efficacy.
C’è da dire che le aspettative di padronanza soggettiva esercitano il loro effetto sia sulla scelta che sulla durata del comportamento: la motivazione stessa, elemento fondamentale di ogni azione, è fortemente influenzata dalla confidenza nelle proprie capacità.
Quindi in uno sport come il Bodybuilding, nel quale i risultati migliori si ottengono solo dopo una lunga pratica (vedi l’età media dei finalisti dell’ultimo Mr. Olympia, oltre i 30 anni) è molto importante “sentire” di potercela fare.
Perchè ciò possa accadere bisogna che i traguardi che ci poniamo non siano delle irraggiungibili chimere...e, dato che i mass-media non ci aiutano in tal senso, “educare” è compito dei gestori di palestra, degli istruttori e delle figure di riferimento del mondo del fitness.
E’ palese che gli attuali canoni estetici in vigore ai vertici del Bodybuilding mondiale stanno diventando eccessivi anche per molti appassionati del settore: iniziamo quindi a propugnare dei criteri più alla portata di tutti ma, in special modo, più consoni ad una visione estetico-funzionale in linea con l’ideale classico.
La categoria altezza-peso, ad esempio, rappresenta uno dei primi passi verso la giusta direzione.
Gli esseri umani (e non solo...) cercano dunque di evitare, più o meno consciamente, quelle situazioni che possono creare loro ostacoli apparentemente poco sormontabili, scegliendo viceversa quelle che ritengono di ben padroneggiare, ricavandone, sin dall’inizio, un accresciuto senso di sicurezza e aumentata stima in sè stessi.
Fin qua, direte, niente di eclatante...ed infatti dopo aver brevemente introdotto il lavoro di Bandura (peraltro molto più articolato ed interessante) arriviamo ad un altro studio, anch’esso condotto negli States: “Self-handicapping strategy...”; Berglas & Jones, (1978).
Costoro rilevarono che, quando si teme di sbagliare un compito importante, spesso vengono adoperate, a priori, scusanti come ansia, timidezza, cattiva salute o improvvisi contrattempi: è meglio dare l’impressione d’essere introversi, malati o sotto stress che apparire incompetenti o poco preparati.
La preventività della giustificazione è di fondamentale importanza...se veramente falliremo...l’avevamo già detto che noi...
Ad esempio: da mesi state gridando ai quattro venti che parteciperete a Dicembre al “Trofeo...” e spaccherete il...mondo, presentandovi grossi e tirati, ma forse, proprio l’ultimo giorno, dentro di voi si farà vivo un diavoletto...al pregara tutti vi sentiranno dire (un poco di teatralità non guasterà!) che il preparatore xyz vi ha consigliato la ricarica sbagliata, che tre giorni fa...che...che...
Questo tipo di situazione è, a livello attribuzionale, del tipo che gli yankees chiamerebbero“no-lose”: se accidentalmente riusciste a ben figurare, l’impressione suscitata sarebbe ancor più positiva visto che nonostante tutti gl’imprevisti...
A questo punto dovremmo interessarci alle attribuzioni causali, in riferimento alla tendenza umana a dare spiegazioni a ciò che si fa.
Infatti per spiegare il motivo per cui alcuni fatti accadono, ci si divide in chi attribuisce alla propria volontà quel che succede (“interni”) e chi invece lo affibbia al caso, alla fortuna (“esterni”)...ma questa è un’altra storia!
Invece voglio fermarmi, brevemente, sul perchè alcuni di noi non credono nelle loro possibilità e quindi si sconfiggono da soli!
Dico brevemente perchè altrimenti bisognerebbe scomodare Freud ed i suoi discepoli, dato che proprio le prime esperienze infantili gettano il seme per la sicurezza, o la mancanza di essa.
Questo perchè chi continuamente viene “disconfermato” dalle figure parentali e di sovente sperimenta insuccessi nelle prime prove della vita, non potrà che crescere insicuro delle proprie possibilità.
Se poi, nel corso degli anni, le situazioni negative si susseguiranno l’una all’altra, ecco che stiamo assistendo alla costruzione di una personalità perdente; il discorso è molto più lungo e complesso, ma questa non è la sede per approfondirlo.
Mi preme solo aggiungere che bisogna combattere i vissuti d’inferiorità per uscire fuori da questo circolo vizioso, anzi lo psicanalista Adler considerava questo “riscattarsi” come naturale per il genere umano, quasi un’indispensabile spinta motivazionale.
A questo proposito, tuttavia, devo sottolineare che si può anche cascare in una sorta d’ipertrofica supercompensazione, calcando troppo la mano nella ricerca delle rivalse che si perseguono...è il caso di chi esagera...e nel nostro campo può significare vivere un’esistenza vuota, che ruota tutt’intorno al fisico, trascurando il resto od anche rischiare la vita stessa per qualche kg. di muscoli in più.
Un modo per nutrire la propria autostima è, invece, il porsi delle mete ragionevoli, cosicchè, passo dopo passo, si arriva al risultato desiderato senza incorrere in pesanti insuccessi.
Questo non vuol dire accontentarsi di poco, semplicemente non cercare di conquistare obiettivi irraggiungibili per non innescare una spirale negativa che tende ad auto-alimentarsi.
In questo modo, spronati da piccole ma continue affermazioni, potrete credere in voi stessi senza aver più bisogno di mettere le mani avanti, liberi di affrontare con sicurezza rischi sempre nuovi, ma già calcolati.
Insomma il nostro ego, per essere in buona forma, dovrebbe essere trattato come uno dei nostri adorati muscoli, che so, un bicipite...il giusto allenamento, senza strafare, lo farà crescere giorno dopo giorno..un super-allenamento invece porterebbe solo effetti negativi!