GINNASTICA CON I PESI E AUTOREALIZZAZIONE
Marco Tullio Cau
La ginnastica con i sovraccarichi è una disciplina che si presta a molteplici applicazioni: si possono sollevare pesi per riabilitarsi dopo un qualsivoglia incidente o per migliorare le proprie performances in un dato sport, oppure per gareggiare in una delle discipline del “ferro” (bodybuilding, weightlifting, powerlifting), od anche per “mettersi in forma”...
Dopo anni di pratica ci si può anche allenare per il puro piacere di farlo, come testimoniano i tanti atleti non più giovanissimi che incontro nelle palestre di tutto il mondo ma, come altre attività fisiche, anche la nostra può assurgere ad un livello superiore, quello che possiamo identificare come percorso di crescita personale.
Questa è una di quelle idee che si hanno in qualche recesso del nostro cervello ma che, a meno che un insight ce lo faccia apparire d’emblee, non riusciamo a focalizzare bene a livello cosciente...a meno che qualcun altro ce lo faccia notare...e ciò è quello che è accaduto in uno dei contatti che ho avuto con Edward Smith, Psicologo Statunitense e, cosa rara, anche appassionato cultore di manubri e bilancieri!
Il Nostro ha praticato un po' tutte le specialità dell’atletismo pesante, dal sollevamento pesi al bodybuilding, passando per le alzate di potenza e non risparmiandosi persino un escursione nelle gare di curling, attività da noi poco nota, che pertiene l’esecuzione massimale (ancorchè corretta) delle flessioni bicipiti con bilanciere.
Nei suoi scritti Smith, oramai quasi sessantenne, ha avuto il merito di sottolineare una maniera di allenarsi con i pesi che la trasforma in “via” e la equipara ad un arte marziale e finanche alla Psicoterapia!
Io ho la stessa visione in materia, avendola vissuta al pari suo e, nel corso di alcune conversazioni intercorse tra di noi, ho avuto il modo di discuterne.
Cercherò di spiegare, per sommi capi, ciò che vogliamo intendere, iniziando con un parallelismo tra una disciplina eminentemente meditativa e le attività di palestra.
Nella filosofia Taoista la “via” è un concetto di importanza primaria: grazie a questa influenza la nozione suddetta ha assunto, in special modo in Cina e Giappone, un significato profondo quanto speciale.
In Giappone un idea simile la esprime la parola “do”, che possiamo trovare in alcune arti marziali come Kendo, Judo e Aikido.
Può essere descritto come un sintonizzare il sè in armonia con l’Universo, in un percorso di rivelazione illuminante.
Secondo i Taoisti le verità eterne non possono essere apprese attraverso un mero insegnamento verbale, dato che non possono essere neppure espresse con delle semplici parole: un apprendimento così elevato deve avvenire “obliquamente”, attraverso parabole, metafore e coinvolgimenti diretti.
Una disciplina fisica codificata consente di vivere appieno le metafore ineffabili ed arriva ad implicare le verità eterne.
Praticare, quindi, la disciplina scelta, consente di immergersi in un’attività che può consentirci di capire e conoscere la vita.
Questa conoscenza (illuminazione) non può essere appresa da altri, le parole dei quali non potrebbero che riguardare solo quello che loro stessi hanno fatto, ma solamente vivendo in prima persona la verità e, in virtù di ciò, il processo non può che essere intuitivo ed inspiegabile.
Bisogna dire che tutti i “do” (...vie) sono sistemi ben sviluppati di attività olistiche (interessano quindi tutti gli aspetti della persona: fisico, mentale, emotivo e spirituale).
Essi comportano un’esposizione ben determinata a quelle esperienze che sono utilizzabili come metafore per raggiungere l’illuminazione e queste pratiche, di vita vissuta, non possono certo essere esperite in poco tempo, vista la profondità della comprensione che possono regalare: alcuni “do” sono chiamati infatti “tecniche dei vent’anni”, in quanto questo è il periodo (...minimo) che essi richiedono per esserne padroni.
In alcuni casi non basta un intera vita per cogliere appieno la pregnanza di una di queste vie...
Anche nel mondo Occidentale si è cercato di sviluppare questo concetto di percorso, ed è grazie a Castaneda che possiamo aggiungere un importante tassello sul suo significato.
Nel suo Don Juan l’autore fa dire al protagonista che, invero, vi sono molti percorsi, e quindi quello attuale (...di ognuno di noi) è solo uno dei tanti. Egli suggerisce quindi di dare un’occhiata a molti di essi e, dopo averli esaminati accuratamente, sceglierne uno.
Se, dopo averlo esplorato per un certo tempo, lo trovate non adatto a voi, lasciatelo e cercatene un altro: non dovete fossilizzarvi su qualcosa che non è giusto per voi.
Questa decisione deve avvenire solo in seguito ad una valutazione accurata del percorso in questione, poichè la risoluzione di abbandonarlo non deve risentire di paure recondite o di ambizioni malcelate.
La domanda importante che dobbiamo porci, come ci suggerisce lo stesso Don Juan, é: “Questo percorso ha un cuore? ” Un percorso che racchiude dentro di sè una forza siffatta ci garantirà un “cammino” felice, ci sentiremo tutt’uno con esso, lo vivremo in prima persona, credendoci dal profondo della nostra essenza e ciò ci renderà sempre più forti.
Un percorso senza cuore ci indebolirà progressivamente e ci rovinerà la vita.
Credo che il sollevare pesi possa essere una delle vie per la crescita personale ed essa è particolarmente adatta per noi Occidentali: attenzione, però, questo non è un percorso per tutti...solo chi, dopo averlo esplorato per un periodo di tempo, trova che per lui abbia del cuore può realmente trarne vantaggio!
Nell’Estremo Oriente le varie arti marziali sono state le discipline fisiche più utilizzate per l’autorealizzazione: in India il predominio spetta all’Hata Yoga.
Una differenza fondamentale tra arti marziali in genere e Hata yoga è che le prime si sono sviluppate (spesso, infatti, erano nate con altri scopi) come forme di auto-difesa mentre l’ultima è una forma di attività centrata sul sè.
L’Hata yoga è solo una delle tante forme di yoga (tutte comunque praticate come via di auto-illuminazione), ed è quella che insegna la padronanza del corpo.
Essa consiste nel praticare posture (asanas) di difficoltà crescente e modalità respiratorie avanzate (pranayama). Fanno parte di questo sistema anche un’alimentazione dedicata e la meditazione.
Attraverso lo studio di questa via si possono acquisire vitalità e forza, volendo si potrà poi passare a tipologie yoga di differente indirizzo..
L’Hata Yoga è uno delle pratiche yoga più antiche e meglio codificate (risale almeno al 2500 A.C.) ed è anche quella più nota e praticata in Occidente.
Credo che possiamo trovare alcune analogie tra le due discipline, di per sè molto differenti pochè entrambe possono essere un percorso di auto-realizzazione: il Bodybuilding sta all’Occidente come l‘Hata Yoga sta all’India.
Anche se ambedue sono sistemi per lo sviluppo del sè L’Hata Yoga si differenzia in alcuni particolari: è infatti molto più elaborato, grazie ai secoli di rifiniture continue, ma il suo essere un modello per la ricerca di sè attraverso l’attività fisica deve essere d’aiuto al builder che cerca una guida maggiormente codificata.
É ovvio che il culturismo, in quanto giovane (si fanno risalire i suoi esordi ufficiali all’inizio del XIX°secolo, anche se Greci, Romani ed Etruschi usavano già i pesi), è visto principalmente come un mezzo per diventare “grossi e forti”, ma a ben guardare anch’esso racchiude in sè un potenziale come “percorso”.
Un’altra distinzione è da attribuirsi al fatto che, usualmente, l’H. Y. prevede l’insegnamento diretto di un guru (o quanto meno di un maestro riconosciuto) mentre spesso i praticanti la ginnastica con i pesi sono abbandonati alla mercè di sedicenti esperti.
Anche nell’aspetto più fisiologico di queste due attività possiamo trovare un’interessante contrasto: infatti nello Yoga l’enfasi è posta sull’estendere i muscoli, per incrementarne la flessibilità, mentre nelle attività con i sovraccarichi si ricerca la contrazione miofibrillare, per incrementarne la massa e la forza contrattile.
Dobbiamo inoltre notare che le varie discipline Yoga hanno una filosofia di base ben precisa, che affonda le sue radici nell’Induismo e nel Buddismo: al contrario l’allenamento con i pesi non ha un collegamento diretto con nessun sistema filosofico, secolare o religioso.
Bisogna però dire che quest’ultimo può essere collegato al tipico pragmatismo occidentale che differisce dal laissez faire orientale; questo in particolar modo nella sua evoluzione Nord-Americana del XX° secolo, che al summenzionato atteggiamento di vita aggiunge anche l’etica Protestante, che incita a tenere nella più alta considerazione il duro lavoro.
In un Occidente che apprezza l’hard work, un’attività mascolina come sollevare pesi (dura, attiva, che richiede uno sforzo massimo, deciso e fortemente voluto) non può che essere giudicata più adatta di uno Yoga che risulta essere decisamente più soft, meno stressante e meno spinto all’estremo.
D’altro canto i Taoisti identificherebbero il bodybuilding come disciplina Yang e l’Hata Yoga come tipicamente Yin: Yang è la forza che causa la contrazione, Yin quella che produce l’espansione.
Qualcuno “sentirà” che per lui (...o lei) ad avere “cuore” è un percorso Yang...qualcun’altro troverà invece la sua strada con l’Hata Yoga: entrambi possono essere vissuti in modo introspettivo.
Ad esempio, una delle maniere per sfruttare il sollevare pesi come metodo di autoconoscenza è il vederlo come rappresentativo di sè stessi nel mondo “reale”.
In altre parole, la palestra, il palco o la pedana di gara devono essere vissuti come un microcosmo che rifletta nel macrocosmo di ogni giorno come si è nella propria globalità.
La vita è, a volte, talmente complicata che, presi dal vortice del quotidiano, ci risulta molto difficile astrarci dai problemi e metterci da parte ad osservare, oggettivamente, le diverse espressioni della nostra personalità.
L’avere una visione microcosmica ci consente invece di avere un’ottica più condensata e semplificata con la conseguente possibilità di acquisire una maggiore interiorizzazione.
Questo, ovviamente richiede una attenzione autocentrata onesta, effettuata con cura ed attenzione, senza difensivismi autolesionistici.
Chiunque si sia allenato per un periodo di tempo congruo, può rammentare numerosi episodi dai quali trarre, ad un esame più attento, alcune indicazioni.
Fate caso a che umore avete solitamente quando vi allenate: siete allegri o particolarmente seriosi?
Vi distraete facilmente o avete un livello attentivo altamente focalizzato?
Vi allenate con uno stile perfetto o usate una forma meno controllata?
Quando immaginate i traguardi futuri che vi siete prefissati, siete ottimisti e speranzosi o pessimisti e rassegnati?
Quando il peso comincia...a pesare veramente vi arrendete o “spingete alla morte”?
Effettuate un training così strenuo da finire la seduta completamente spossati oppure, al termine del workout, sareste in grado di continuare ancora?
Avete una routine prefissata o vi esercitate “ad orecchio”?
Qualora proviate ad usare una routine, riuscite ad usarla per il tempo previsto o vi annoiate subito e la cambiate in continuazione?
Siete in grado di sperimentare tabelle nuove o vi fossilizzate sui soliti, vecchi esercizi?
Preferite allenarvi quando la palestra è vuota o quando vi è molta gente, da soli o con un training partner?
Quando incontrate il vostro sguardo nello specchio, vedete i progressi per cui gratificarvi o i difetti per criticarvi? O tutt’e due?
Il numero delle domande è quasi interminabile, limitato solo dalla nostra immaginazione e dal livello di schiettezza che siamo in grado di mantenere riguardo l’auto-osservazione.
Il rispondere a queste domande ci mostra la nostra personalità, poichè lo stile comportamentale che adottiamo nel nostro allenamento (“il come”) è più rivelatore che il suo contenuto (“il che cosa”).
Ma se palesiamo il nostro stile personale tramite “il come” facciamo sport nel microcosmo dei pesi, possiamo allora inferire la maniera nella quale ci operiamo nel macrocosmo del mondo reale: infatti l’habitus comportamentale soggettivo tende ad essere piuttosto consistente in un’ampia varietà di situazioni.
Sicuramente è più facile comprendere il proprio modo di essere in un ambiente più ristretto come quello della palestra, piuttosto che osservarlo nella miriade di situazioni che la quotidianità può offrire; é anche vero che alcuni soggetti “problematici” riescono ad avere, nel loro habitat ginnico, un comportamento diverso da quello “vero”, ma, a ben guardare, prima o poi svelano la loro reale essenza.
Citerò qualche esperienza personale a mò di esempio.
Oramai da molti anni è mia abitudine allenarmi da solo: certo, qualche volta ho qualche training partner o chiedo aiuto a qualcuno quando devo eseguire taluni esercizi “potenzialmente” pericolosi con carichi massimali, ma questa è più un’eccezione che la regola...e non perchè non voglio modificare le mie routines (per venire incontro a qualche altro builder) o perchè pretendo che esse siano le migliori...
Quasi sempre riesco a trovare in me motivazioni sufficienti ad iniziare una seduta e, parimenti, raramente ho dei cali nel livello di interesse verso un’attività ginnica che porto avanti da oltre vent’anni: queste caratteristiche le posso trovare anche in altri aspetti della mia vita.
E’ stato però più semplice isolare queste peculiarità nel microcosmo del sollevare pesi e ciò mi ha consentito di confrontarmi con questo lato del mio carattere e, spesso, mi è stato di aiuto in altri ambiti.
Un’altra esperienza che posso riportare concerne la mia (relativa) tolleranza per la ripetitività: è infatti difficile che io cambi gli esercizi che eseguo da anni.
Solo di recente ho preso ad eseguirne con regolarità qualcuno diverso, per meglio affrontare una sfida sportiva che ho intrapreso con me stesso e, d’altrocanto, anche Arnold Schwarzenegger è sempre stato del parere che, una volta trovato, dopo numerosi esperimenti, il tipo di movimento che più ci si attaglia, non sarebbe intelligente sostituirlo in continuazione, basta differenziarne l’ordine e altre variabili.
Ciò non vuol dire che io non sia solito testare sempre ogni cosa nuova che mi capita sotto gli occhi e mi sembra interessante...
Questo è un aspetto che sicuramente mi caratterizza in numerosi altri aspetti della mia esistenza.
Un’altra esperienza di cui desidero scrivere, è relativa alle situazioni nelle quali devo affrontare dei sollevamenti particolarmente impegnativi: mi sono abituato a cercare dentro di me situazioni e pensieri che possano aumentare il mio arousal e mi consentano anche di focalizzare la mia attenzione solo sull’esercizio che mi sto accingendo ad effettuare; spesso verbalizzo queste sensazioni anche tramite una ripetizione mantrica, di parole o frasi significative.
L’imparare a richiedere ex-abrupto potenzialità così acute al mio insieme soma-psiche mi è stato molto utile in numerose occasioni.
Talvolta il procedimento è stato così efficace da rendere quasi inutile il prosieguo della seduta, visto che l’enorme consumo di neurotrasmettitori mi aveva lasciato quasi esausto!
Ho quindi tratto vantaggio anche dal saper modulare questo tipo di richiesta: nelle mie recenti incursioni nel lancio del disco, ho notato come un eccesso di attivazione possa risultare eccessivo in un’attività che richiede movimenti esplosivi ma anche “fini”...ho quindi imparato in fretta a dosare la mia vis agonistica.
Volendo invece cercare delle similitudini tra il bodybuilding e la psicoterapia vediamo che ambedue hanno come fine ultimo l’apportare dei cambiamenti nella persona; queste modificazioni possono essere relativamente superficiali nel breve termine e molto più sostanziali nel caso di un impegno di maggior durata.
Il focus è nell’individuare, circoscrivere e massimizzare il potenziale di una persona: nella psicoterapia si punta sull’attualizzazione del potenziale psicologico del soggetto (a livello emotivo, mentale e spirituale) mentre nel culturismo il target è relativo allo sviluppo fisico, muscolare.
Quello che più interessa è che in entrambi i campi si deve, per raggiungere il successo, far fronte ad un paradosso: l’auto-realizzazione passa per l’accettare se stesso per quello che si è, non tentando di cambiare la propria essenza profonda.
Siamo quello che siamo e non possiamo modificare la nostra natura: se tentassimo di farlo saremmo frustrati dall’insuccesso.
Accettarci è amarci, non farlo è non amare noi stessi...solo accettandoci saremo in grado di raggiungere ciò che siamo destinati ad essere: un’elefante che voglia essere agile come una gazzella sarà destinato alla sconfitta, così come una gazzella che tentasse di calpestare la boscaglia con l’irruenza di un pachiderma.
Entrambi, però, hanno nella loro stessa natura qualcosa di estremamente nobile e bello senza doverla stravolgere: quante persone timide ed introverse vorrebbero modificare in toto il loro atteggiamento, sognando di diventare le persone più spigliate del mondo...e quanti builders ho incontrato che volevano avere spalle alle Steve Reeves pur partendo da clavicole strette e “scese”, più simili ad un’attaccapanni?
Tentare di imitare quel personaggio pubblico così brillante o quel campione così sviluppato e pubblicizzato è una perdita di tempo, tempo che potrebbe e dovrebbe essere impiegato nel cercare di realizzare quello che possiamo essere...come ha detto il mio amico, lo Psichiatra Carlo Moiso: “Possiamo essere il meglio di noi stessi, ma non meglio di noi stessi”.
Troppi si innamorano dell’attualizzazione dell’immagine del sè, non del sè reale...la prima dimensione (che possiamo identificare in un narcisismo patologico) porterà ad una non-attualizzazione del sè poichè abbiamo un rifiuto del sè reale e quindi un non-amore del sè...l’accettazione del sè reale invece porta all’amore per il sè e quindi alla sola attualizzazione del sè che conta.
Quest’ultimo paragrafo può risultare, a prima vista , un po' complesso...ma proprio il doverlo rileggere ci porterà a comprenderlo meglio ed a tenerlo, mi auspico, sempre presente dentro di noi.