GINNASTICA CON I PESI E MOTIVAZIONE
Marco Tullio Cau
Per riuscire in un qualsiasi sport bisogna essere costanti: un allenamento continuo è infatti il fattore più importante per il successo atletico a qualsiasi livello.
La giusta motivazione sembra pertanto essere uno dei requisiti di maggior interesse fra le tante determinanti che entrano in gioco nella vita sportiva di ognuno di noi.
Questo particolare non è ovviamente sfuggito agli psicologi dello Sport, i quali hanno osservato che, a grandi linee, gli atleti possono essere divisi in due categorie: quelli che agiscono in base ad una motivazione esterna e quelli che operano invece grazie ad uno stimolo interiore.
Possiamo notare come coloro che basano la loro attività su traguardi esteriori, come la vittoria, i records, i premi o l’approvazione degli altri, interrompano gli allenamenti al primo ostacolo: la percentuale di drop-out dei ragazzi tra i 12 ed i 20 anni è infatti elevatissima.
Se, invece, la competizione con gli altri non è l’unico scopo, ogni giorno si potrà trovare un nuovo, piccolo ma indispensabile traguardo che concorrerà a mantenere costante l’interesse per la disciplina scelta: ogni evento che possa accrescere la percezione di competenza in una specifica attività e che aumenti il senso di autodeterminazione contribuirà enormemente a migliorare il livello di motivazione intrinseca, sia esso un mezzo centimetro di braccio in più, un paio di chilogrammi aggiunti al tanto esecrato (quanto indispensabile) squat o semplicemente il fatto di essere capaci di completare una serie di flessioni bicipiti senza aver alzato i gomiti od aver piegato troppo i polsi...
Quanto appena esposto non toglie che anche nel suddetto caso feedbacks positivi e rinforzi esterni contribuiscono, e giustamente, a corroborare l’orientamento in questione: semplicemente non ne sono la caratteristica principale.
L’attribuzione, quindi, di un locus of control interno, con il conseguente passaggio da una condizione di pedina ad una di attore, determina una maggior aderenza ad un qualsivoglia programma di allenamento, poichè accordare a sé stessi anche un piccolo miglioramento è indubbiamente un ottimo viatico per il proprio self esteem.
Se il raggiungimento di uno scopo può essere ricondotto ad un locus di causalità intrinseco la motivazione aumenta: un individuo che si percepisce competente non potrà che trarre nuova forza e nuove convinzioni dal conseguimento di un determinato obiettivo, tanto più quanto quest’ultimo risulti in linea con le aspettative.
D’altro canto, se un evento è valutato come causa di un condotta, ci troviamo di fronte ad un locus esterno e, contemporaneamente, ad un modesto grado di autostima e capacità di influire sulle situazioni.
Quindi l’allenamento, per poter diventare un compagno di percorso, deve essere visto come soddisfacente di per sé stesso, come un qualcosa cui guardare con piacere, ogni singola ripetizione deve essere un gradino in più verso una vetta di wellness psicofisiologica altamente soggettiva: la meta non sarà più la destinazione ma ogni momento del cammino che quotidianamente affrontiamo per arrivarvi.
Viceversa, quando ogni sessione viene vissuta come un compito da sopportare controvoglia, finalizzato a poter battere qualcuno, a vincere qualcosa od a far contento qualcun altro, difficilmente si proseguirà per molto tempo:ai primi insuccessi il burn-out sarà dietro l’angolo.
L’adottare un’ottica che privilegi un progetto altamente personale di fitness è anche estremamente redditizio a livello sociologico-educativo, poichè con un simile approccio chiunque troverà la sua parte di successo proprio nella misura in cui un interesse soggettivo, per quanto modesto, per il percipiente risulta esseredi elevato valore motivazionale.
Quando, invece, sono le vittorie, i records od altre spinte estrinseche a costituire il focus di uno sportivo, allora è statisticamente certo l’ottenimento di un’alta percentuale di “sconfitti”, dato che per definizione il numero di potenziali campioni è ristretto.
.Aprendo una parentesi, vorrei ricordare che il compito degli psicologi dello Sport non è solo quello di mettere l’atleta in condizioni ottimali per eccellere, ma anche di consentirgli, una volta cessata l’attività agonistica, un reinserimento il meno traumatico possibile nella vita di tutti i giorni.
Ci tengo a sottolineare, inoltre, che adottare il primo orientamento non vuol dire accontentarsi di risultati modesti, anche se la sfida con sé stessi potrebbe essere già qualcosa di sufficientemente stimolante.
Comunque, non possiamo non tenere presente come la motivazione alle attività sportive sia polideterminata: quella iniziale di chi si allena può, con il passare del tempo ed il modificarsi delle situazioni, cambiare, e, in un intreccio di interessi, evolvere.
Tra le tipologie di attività con i sovraccarichi dobbiamo infatti annoverare riabilitazione post-traumatica, preparazione atletica per un altro sport, fitness, wellness, accettazione\affiliazione sociale, bodybuilding, alzate di potenza, sollevamento pesi: è ovvio che alcune di queste motivazioni sono palesemente estrinseche, ma anche chi compete in alcune delle “discipline del ferro” può essere eterodiretto, ad esempio chi ricerca solo il successo, l’approvazione del gruppo dei pari o più semplicemente una rivalsa per il suo senso di inferiorità “adleriano” *.
Alcuni, proseguendo nel training specifico, riescono però ad apprezzare altri aspetti oltre quelli eminentemente materiali che il sollevare pesi può regalare: il mero piacere dell’allenamento è la prima delle sensazioni che può favorire un’adesione di lunga durata, e questo senza ricorrere agli estremi proposti da Arnold in “Pumping Iron”...
La più importante delle rivelazioni che un approccio interno può regalare è però vivere il proprio allenamento come un percorso di crescita personale: ragionando in questi termini possiamo meglio comprendere quanto prima affermato riguardo l’essenza della meta cui aspirare.
Infatti, se adottiamo questa inclinazione ci troviamo ad agire in un ambito che permea l’intera personalità, che ci consente di esplorarci, di conoscerci, mettendoci a confronto con i nostri conflitti, le nostre paure e le nostre problematiche psicologiche irrisolte: incontrando noi stessi su molti livelli, sperimentando frustrazioni ed insuccessi -in ambito, però, relativamente protetto- potremo imparare ad affrontarli costruttivamente ed a vincerli.
E’ ovvio che per entrare in un simile meccanismo occorre del tempo, ma, scegliendo una visione interiore, ci si può accostare a questo, più elevato, livello: é una magnifica esperienza che mi accompagna da più di 20 anni e che auguro a tutti i praticanti questo nostro SPORT.
* Lo psicologo Alfred Adler crede comunque che questo anelare ad una compensazione sia fisiologico e del tutto naturale, un qualcosa che ci spinge incessantemente a migliorare...basta che sia tenuto sotto controllo.