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Dott. Massimo Spattini

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PERSONAL TRAINING E PSICOLOGIA

Marco Tullio Cau

 

 

Oltre alle ovvie capacità tecnico-didattiche, un Personal Trainer deve possedere (ancor più di un istruttore “tradizionale”) una particolare sensibilità psicologica: non l’esauriente conoscenza e l’ampia pratica che un laureato nella disciplina medesima deve avere, ma, più semplicemente, delle elementari nozioni di psicologia ”quotidiana”.

Senza scomodare, quindi, il buon Freud ed i suoi innumerevoli seguaci, dobbiamo comunque fare un poco di luce sul concetto di motivazione: esso si riferisce all’insieme di fattori che sollecitano ed orientano l’azione individuale; le motivazioni possono essere consce ed inconsce, transitorie o permanenti, interiori od esteriori, primarie (di natura fisiologica) o secondarie (di natura personale e sociale), ed anche superiori (quali ideali, modelli esistenziali).

Frequentemente sono proprio le motivazioni di carattere conscio ed esteriore che spingono un soggetto a frequentare una palestra prima ed a richiedere l’assistenza di un allenatore personale poi: vedersi in sovrappeso, troppo gracile oppure voler migliorare le proprie prestazioni per un altro sport od anche cercare di rieducare un arto infortunato.

Dietro a queste ragioni ovvie se ne possono possono nascondere di più profonde: forse il signore di mezza età che si accorge di essere fuori forma ed ingrassato, ha preso coscienza di ciò perchè reduce da un divorzio e quindi bisognoso di aumentare l’autostima?

Magari l’adolescente che vuole dimagrire ed al contempo rassodare i glutei e “mettere su un poco di petto”, sta iniziando a “ragionare” come una donna?

Queste sono cose che un trainer avveduto può comprendere dialogando (anche in più occasioni) con il cliente: occorrerà dimostrare empatia, capacità di ascolto ed essere in grado di cogliere anche le sfumature non verbali del colloquio.

Il frequentatore della palestra va “contattato”a livello emotivo, perchè egli manifesterà le sue sensazioni solo con qualcuno con cui abbia stabilito un buon rapporto di confidenza.

Come nella terapia psicologica vera e propria si effettua un’analisi della domanda (informazioni riguardo le aspettative del paziente nei riguardi dell’intervento dello psicologo, dell’incontro medesimo, delle modalità dell’invio allo psic.) pure noi dovremo avviare una fase informativa che possa farci capire, oltre a bisogni manifesti e latenti, anche le migliori modalità per mettere in pratica le tecniche da noi ritenute opportune.

Agendo in questa maniera potremo sapere molte cose utili sul nostro interlocutore ed avremo anche creato quel rapporto di fiducia che sarà una buona base di partenza per il lavoro futuro.

Informandoci, ad esempio, sulle esperienze sportive precedenti (ed eventualmente attuali) di colui che abbiamo di fronte potremo avere importanti notizie sulla preferenza generale del tipo di attività fisica, sulla sua costanza (...od incostanza), su cosa gli piacerebbe cambiare, se si allena meglio da solo od in gruppo...

Questo consentirà di gestire al meglio il tempo a disposizione (quante volte a settimana, a che ora, dove...) e di utilizzare le metodiche di allenamento più adatte.

Ovviamente dovremo tenere conto delle problematiche e delle aspettative esposte dal nostro trainee, ma dovremo essere capaci anche di indirizzare nella giusta direzione ambizioni eccessive od irraggiungibili.

Fra le esperienze personali posso citare quella relativa a M. P. (un quarantenne longilineo di 193 cm. per 79.5 kg con numerosi anni di attività con sovraccarichi alle spalle), che è diventato uno dei miei allievi più affezionati: dopo aver apprezzato il lavoro che svolgevo con altri atleti, egli mi avvicinò, chiedendomi di allenarlo, e mi chiese subito se, in una (sola) stagione potessi farlo arrivare a 90 kg. di soli muscoli.

Gli risposi che, dati i parametri summenzionati, tale traguardo sarebbe stato impossibile, a meno di non ricorrere ad un massiccio uso di farmaci.

La mia politica di essere sempre sincero, anche a costo di perdere un potenziale cliente, mi obbligò a farlo venire a patti con un obiettivo più alla sua portata: egli comprese e, quando raggiunse e sorpassò i parametri più “umani” che gli avevo proposto, fu certamente più contento di quanto lo sarebbe stato se avessimo mantenuto il traguardo originario, salvo poi fallirlo.

Un consiglio meno tecnico ma, credo, utile, è quello relativo alla fermezza che va tenuta anche per quanto riguarda l’aspetto economico: bisogna conservare un determinato ruolo in un lavoro che, in parte, viene visto (da chi lo richiede) a livello di status symbol, e l’essere indecisi (per le ragioni più disparate) è decisamente controproducente, perchè andrebbe a sminuire l‘immagine del trainer anche in altri ambiti; ovviamente si potranno fare delle differenziazioni, ben chiare, per chi acquista un pacchetto di più lezioni per sè, per un familiare od un partner.

A questo proposito mi rammento di M. S., che venne da me tempo addietro e, pur trovando le mie proposte interessanti, non era disposto a spendere la cifra richiesta: dopo un anno passato con un trainer (molto economico!) che lo aveva stressato sia a livello di allenamento che di alimentazione, si era trovato fisicamente al punto di prima e mentalmente nauseato da qualsiasi attività sportiva. Dopo sei mesi di totale inattività mi ricontattò e da allora non è più tornato indietro!

Gli obiettivi, oltre ad essere realistici devono essere anche specifici e misurabili: quindi per il soggetto in sovrappeso stabiliremo non solo verifiche del peso (non quotidiane!) ma anche valutazioni della composizione corporea a periodi ben prefissati, mentre il giovane che vuole diventare più forte sarà sottoposto a sistematiche prove dei massimali o altri tests specifici: i tempi delle verifiche devono essere ben determinati, ne troppo brevi ma neppure troppo lunghi.

Così facendo, oltre a rendere più organico il lavoro, si metterà l’individuo in competizione con se stesso: in seguito il tecnico dovrà sempre trovare nuovi, piccoli traguardi, così da evitare che, una volta raggiunto l’obiettivo iniziale, vi sia un calo della tensione emotiva (punto di partenza di ogni processo motivazionale) che aveva originariamente spinto il soggetto ad agire nel modo più adatto a raggiungere l’obiettivo prefissato.

Il passare quindi da una motivazione prettamente esteriore (come il dimagrire o l’apparire più atletici per essere in linea con le aspettative della Società) ad una più interna, come quella che ci porta ad apprezzare anche miglioramenti così piccoli da poter essere quantificati solo da noi stessi, porta sicuramente ad un elevato grado di aderenza al programma di allenamento (e di fidelizzazione al trainer!).

Ho visto professionisti di mezza età essere genuinamente felici per essere riusciti per la prima volta in vita loro ad eseguire sei trazioni alla sbarra oppure delle trentenni che avevano fatto anni di “aerobica” senza risultati di rilievo, essere al settimo cielo per i complimenti ricevuti da più parti dopo soli tre mesi di serià attività guidata: ebbene, mi sono scoperto anch’io a gioire autenticamente per i loro miglioramenti.

 

 

 

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Aggiornato al: 2 feb 2012

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